Charlotte de Witte e la scossa su Genova, Garzarelli racconta: «Silvia Salis ha detto sì in 30 secondi». Poi avverte: «La città ora deve scegliere se crescere davvero»

Il consigliere comunale delegato ai grandi eventi ripercorre la nascita del live di Charlotte de Witte in piazza Matteotti, difende senza esitazioni la scelta della location e rilancia una sfida politica e culturale: «Non possiamo lasciare che la paura, i costi e la mancanza di spazi soffochino musica, arte e città»

L’adrenalina, racconta, non se n’è andata neppure a distanza di ore. Dopo una serata che ha trasformato piazza Matteotti in uno dei punti più osservati del panorama musicale italiano, Lorenzo Garzarelli ammette di non essere ancora sceso davvero di giri. «Devo dire la verità, devo ancora recuperare. Ieri notte non ho dormito dall’adrenalina». È una frase che restituisce bene il peso politico, organizzativo e anche personale di un evento che per il consigliere comunale delegato ai grandi Eventi non è stato soltanto un concerto, ma un passaggio capace di segnare un prima e un dopo nella capacità di Genova di pensarsi come città contemporanea, aperta, europea e pronta a misurarsi con linguaggi nuovi.

Nel racconto di Garzarelli, il concerto di Charlotte de Witte non nasce da una intuizione estemporanea, né da una semplice operazione di spettacolo. Nasce piuttosto dalla consapevolezza che ci sono artisti che, per portata simbolica e per forza di richiamo, riescono a spostare il baricentro del discorso pubblico ben oltre il perimetro della musica. Quando gli organizzatori di OPS Eventi gli hanno fatto capire che esisteva davvero la possibilità di portare a Genova la dj belga, una delle figure più forti e riconoscibili della scena elettronica internazionale, la reazione è stata immediata. «Ho cercato di capire se fosse possibile portarla a Genova. Gli organizzatori, OPS Eventi, mi hanno detto che c’era questa possibilità. Ho detto “bloccatela subito”». Da lì il passaggio successivo è stato politico, ed è stato altrettanto rapido. Il consigliere delegato è andato dalla sindaca Silvia Salis per presentarle l’idea, convinto che potesse coglierne il valore. E così è stato. «Poi sono andato dalla Sindaca per sottoporle l’idea e la riunione è durata 30 secondi. Ha capito subito il potenziale».

Quel potenziale, insiste il delegato ai grandi Eventi, non era e non è confinato all’aspetto musicale. Anzi, è proprio qui che secondo lui si misura la vera forza dell’operazione. «Il potenziale di un evento del genere non è solo limitato alla musica», spiega, perché un appuntamento come questo «si porta dietro una serie di cose, è dirompente». La parola che sceglie, “dirompente”, non è casuale. Dentro c’è l’idea di uno scarto, di una rottura, di un cambio di passo. C’è l’idea che una città come Genova, spesso raccontata attraverso immagini prevedibili o attraverso un’identità percepita come più tradizionale e meno incline ai linguaggi urbani contemporanei, possa invece impadronirsi di una scena diversa e ribaltare almeno per una sera il proprio racconto.
Per spiegare fino in fondo il senso della scelta, Lorenzo Garzarelli entra anche in un terreno che è culturale e, in parte, apertamente politico. Sostiene che la musica techno, proprio per la sua natura, rappresenti una controtendenza quasi radicale rispetto a una città con una popolazione mediamente più anziana e con una storia pubblica che raramente viene associata a questo tipo di sonorità. «La musica techno è un genere musicale totalmente in controtendenza rispetto all’età anagrafica della maggior parte della popolazione genovese». E aggiunge un altro elemento di riflessione, più polemico: è un linguaggio che, a suo giudizio, questo governo tende anche a guardare con sospetto, anche alla luce del decreto anti-rave. Proprio per questo, secondo lui, portare Charlotte de Witte a Genova aveva anche il senso di una presa di posizione culturale, quasi di una rivendicazione dello spazio pubblico come luogo da restituire alla musica, ai corpi, alla libertà di stare insieme.
Pur non definendosi un ascoltatore abituale di techno, Garzarelli sostiene di aver imparato a guardare a questo mondo con rispetto e attenzione, soprattutto osservando quello che è accaduto in molte città europee negli ultimi vent’anni. «Io non sono uno che ascolta techno, però devo riconoscere il fatto che l’elettronica e la techno sono dei generi musicali che nel resto d’Europa, da ormai 20 anni, hanno una valenza politica, hanno riqualificato interi quartieri, spazi urbani». La sua lettura è netta: la club culture e la musica elettronica non sono solo intrattenimento, ma strumenti di trasformazione urbana. Hanno la capacità di riattivare zone marginali, di far nascere economie, di generare socialità, di produrre una nuova idea di città. Non sono, in questa visione, una parentesi notturna, ma una infrastruttura culturale.
Per dare sostanza a questo ragionamento, il consigliere delegato richiama una esperienza diretta fatta a Berlino tre anni fa, quando si era recato nella capitale tedesca per uno studio di qualificazione degli spazi sociali. Il riferimento non è casuale, perché Berlino resta nell’immaginario europeo il luogo in cui la musica elettronica ha saputo legarsi più chiaramente alla riconquista di spazi e quartieri. Garzarelli racconta di avere visto nella parte Est della città un intero quartiere trasformato dalla musica: una zona che sarebbe stata “ripresa”, nelle sue parole, proprio a partire da una esperienza inizialmente piccola e poi cresciuta fino a costruire un microcosmo fatto di asili, ristoranti, palestre popolari, campi da skate, pareti da arrampicata, bar e piccoli club. Il punto, nella sua lettura, è che la musica può diventare una infrastruttura civile e urbana. Non un rumore da sopportare, ma una leva per fare città.
Da qui anche una riflessione molto marcata sul carattere inclusivo della scena techno contemporanea. Lorenzo Garzarelli sostiene che gli eventi legati a questo mondo siano oggi tra quelli che più di altri si presentano come spazi di libertà, di mescolanza e di riduzione delle discriminazioni. «Gli eventi techno sono quelli che comunque sono i più liberi. Ai festival non c’è discriminazione, c’è la maggior libertà possibile». Non è solo una questione di atmosfera, ma anche di rappresentazione e di leadership artistica. Garzarelli insiste infatti su un aspetto che ritiene centrale: «I migliori dj adesso sono donne, è un genere che vede, ora come ora, un protagonismo femminile straordinario». Per questo la figura di Charlotte de Witte assume, nel suo discorso, un significato che va ben oltre la fama e oltre la dimensione spettacolare. Diventa il simbolo di una scena che incarna parità, presenza femminile, abbattimento di gerarchie tradizionali, riappropriazione degli spazi e apertura verso tutte le minoranze.
Nel suo discorso compare anche un parallelismo storico molto chiaro. Se negli anni Settanta del Novecento certe musiche rappresentavano la ribellione, la rottura, la libertà e la voglia di sfidare l’ordine costituito, oggi, per Lorenzo Garzarelli, in Europa quel ruolo è stato raccolto proprio dall’elettronica e dalla techno. «Oggi in Europa quel ruolo lo ha l’elettronica e ancora più la techno». E va ancora oltre, definendola «una musica molto politica e molto “di ribellione”, di libertà, di riappropriazione di spazi, di parità di genere, di non discriminazione di genere, non solo per le donne ma anche di tutte le minoranze». È in questa chiave che legge anche le grandi manifestazioni recenti in città europee come Londra e Parigi, dove set e raduni di massa hanno accompagnato proteste e mobilitazioni. In questa prospettiva, Genova non avrebbe semplicemente ospitato una star, ma si sarebbe inserita dentro una geografia simbolica più larga, fatta di piazze che tornano a essere luoghi vivi e contendibili.
Garzarelli rivendica così il valore d’immagine del concerto come uno degli aspetti più forti dell’intera operazione. «Ha un valore d’immagine una dj di questo livello che viene a suonare nella nostra città e il concerto è accessibile al pubblico gratuitamente». La gratuità, secondo lui, è parte della forza dell’evento, perché abbatte barriere e restituisce centralità alla piazza come bene comune. La sindaca Silvia Salis, insiste, ha compreso subito questa “straordinaria dirompenza”. E i riscontri arrivati il giorno dopo sembrerebbero confermarlo. «Oggi anche giornali di settore parlano del concerto di ieri sera come di un evento epocale». Per il consigliere, Genova è entrata nel radar di una scena che normalmente guarda altrove e questo, da solo, vale già come investimento culturale e politico.
Sul piano pratico, una delle discussioni più forti è stata quella legata alla scelta della location. Perché proprio piazza Matteotti e non, per esempio, piazza della Vittoria? Lorenzo Garzarelli affronta la questione in modo molto diretto. Spiega che a Charlotte de Witte erano state presentate diverse piazze della città e che è stata l’artista stessa a selezionare piazza Matteotti come spazio più adatto ai suoi set live. Ma la difesa della scelta non si ferma al gusto dell’artista. C’è anche una ragione economica molto concreta: allestire in piazza della Vittoria sarebbe costato il triplo, con un impatto incompatibile con il budget disponibile. Il concerto, ricorda, è costato circa 100 mila euro (la sindaca Silvia Salis ha parlato poi di 140 mila euro n. d. r.), cifra coperta in parte anche con il contributo dello sponsor Iren. «In piazza della Vittoria un concerto costa il triplo rispetto a quello che abbiamo speso per il concerto di ieri sera». In una città che soffre già di carenza di spazi e di costi molto alti per i grandi allestimenti, la sostenibilità economica diventa inevitabilmente una variabile decisiva.
Ma c’è di più. Per Garzarelli, piazza Matteotti non è stata una scelta di ripiego, bensì il luogo perfetto. «Alla luce dell’esperienza di ieri devo dire che tornassi indietro non farei niente di diverso rispetto alla serata di ieri». E ancora: «Piazza Matteotti come sede del concerto della dj belga è stato perfetto». La sua difesa si fonda anche su ragioni scenografiche e di rapporto tra artista e pubblico. Le immagini con il Palazzo Ducale sullo sfondo e la piazza piena, sostiene, hanno una forza visiva che nessun’altra location avrebbe saputo offrire. «Le sue immagini con dietro il Ducale e la piazza piena sono di una potenza scenografica che nessun’altra location avrebbe restituito». Non solo. Sempre secondo Garzarelli, nessun altro spazio avrebbe garantito quella stessa vicinanza tra la performer e il pubblico, quella densità emotiva e quella restituzione visiva che fanno di un live anche un fatto iconico.
Accanto all’entusiasmo, però, nelle sue parole c’è anche il racconto della fatica e dello stress. Dice di essere stato in piazza già alle nove del mattino, a “camallare”, cioè a trasportare materiale, sedie ed estintori, tanto da essere stato fotografato e preso bonariamente in giro. L’episodio, per quanto leggero, racconta il clima di partecipazione diretta con cui ha vissuto la preparazione dell’evento. «È stata una bella botta d’adrenalina vedere come si costruiva l’evento e sperare che tutto andasse per il verso giusto». Ma non c’è solo l’adrenalina. C’è anche la consapevolezza del rischio e del peso di responsabilità che un appuntamento del genere comporta. «Il livello di stress, ed è giusto che ci sia sperando che vada tutto bene, è stato veramente elevato in questo caso, perché c’è stata veramente tanta gente».
Quanta gente, esattamente, è passata tra piazza Matteotti e le vie limitrofe, Garzarelli ammette di non poterlo dire con precisione. A differenza del Capodanno, stavolta non c’erano tappeti contapersone né conteggi delle celle telefoniche. Ma la stima che circola, sommando chi entrava, chi usciva e chi si fermava nelle strade adiacenti dove il concerto era comunque percepibile, parla di circa 20 mila persone transitate nell’area. Un numero non ufficiale, ma sufficiente a spiegare l’intensità della serata e la pressione esercitata su una porzione di centro storico già delicata.
Il tema della sicurezza, del resto, è uno di quelli su cui Lorenzo Garzarelli si mostra più fermo. Respinge sia le critiche facili sia l’idea che le misure adottate siano state un eccesso di burocrazia o una limitazione immotivata. Spiega che il piano sicurezza è stato predisposto nel rispetto delle leggi vigenti e portato due volte alla commissione prefettizia chiamata a valutarlo e a concedere i necessari via libera. L’evento, aggiunge, era stato pensato a piazza aperta, con un flusso naturale di persone. Ma quando si è raggiunta la capienza massima e si è iniziato a rischiare di andare oltre, si è deciso di bloccare ulteriori ingressi. Proprio quelle misure, sottolinea, sono state decisive per far sì che tutto si svolgesse senza incidenti seri. «Quelle misure di sicurezza che vengono tanto criticate in realtà sono quelle che hanno permesso di avere un evento straordinario e senza che accadesse niente di brutto».
Allo stesso tempo, Garzarelli rifiuta l’idea che la sicurezza possa trasformarsi in una gabbia mentale o in un pretesto per rinunciare a tutto. Fa l’esempio di un’ipotetica spruzzata di spray al peperoncino e pone una domanda semplice: che cosa ne potrebbero gli organizzatori o il Comune se un singolo decidesse di compiere un gesto del genere? Il punto, nel suo ragionamento, è che bisogna costruire condizioni di sicurezza adeguate, ma senza lasciare che la paura diventi il principio che governa ogni decisione. «Questo non può diventare un alibi per non fare». E ancora, in uno dei passaggi più netti del suo intervento: «Non si può far prevalere una logica sicuritaria e solo economica, perché altrimenti ammazzi la cultura, ammazzi l’arte, ammazzi la musica». È una frase che sintetizza bene la postura politica che rivendica: il rischio non va negato, ma neppure assunto come unica bussola di governo della città.
In questo quadro, il consigliere comunale delegato ai grandi Eventi tiene molto anche a distribuire i meriti. Dice apertamente che in politica spesso succede così: se le cose vanno bene, i politici incassano il risultato; se vanno male, si prendono le critiche. Ma insiste sul fatto che il successo del live di Charlotte de Witte sia stato costruito da una filiera di lavoro molto più ampia. Ringrazia gli addetti alla sicurezza, le forze dell’ordine, l’Associazione nazionale carabinieri, gli uffici tecnici del Comune, la dirigente della Direzione Grandi Eventi Monica Bocchiardo, il funzionario Pietro Toso e naturalmente OPS Eventi, che definisce decisivi nell’aver colto il potenziale della situazione. «Io penso che sia stato un lavoro straordinario», ripete, quasi a voler sottrarre il racconto alla scorciatoia dell’uomo solo al comando e a ricondurlo invece a una rete di competenze.
Ma la parte forse più importante delle sue dichiarazioni è quella che allarga il discorso oltre il singolo concerto e oltre la singola piazza. Per Lorenzo Garzarelli, il punto vero che l’evento ha fatto emergere è strutturale. «Dobbiamo metterci in testa che in questa città mancano degli spazi per i vari livelli di opportunità artistica e musicale». Manca lo spazio grande e sostenibile per i grandi eventi, ma mancano anche quelli piccoli e medi, quelli in cui possano crescere le esperienze emergenti, le realtà indipendenti, gli organizzatori che non hanno ancora la forza di affrontare costi enormi. Le grandi piazze disponibili, come piazza della Vittoria o piazza De Ferrari, hanno costi di allestimento altissimi. Altri spazi, invece, semplicemente non esistono o non sono pronti. È qui che Garzarelli individua la vera sfida per i prossimi anni: fare in modo che Genova non viva di episodi eccezionali, ma costruisca una vera infrastruttura urbana per la musica, lo spettacolo e la cultura.
In questa prospettiva guarda con interesse all’area dell’ex Fiera liberata dall’abbattimento della tensostruttura, sperando che possa diventare una risorsa per i prossimi concerti. E il paragone che propone è pesante, perché chiama in causa una delle manifestazioni più importanti d’Europa nel mondo dell’elettronica. Racconta infatti che sabato era presente anche l’organizzatore del Kappa FuturFestival, il grande festival internazionale di musica elettronica e arti digitali noto per la sua collocazione industriale al Parco Dora di Torino. «Noi uno spazio così non lo abbiamo», osserva. Ed è difficile non leggere in questa frase una richiesta politica precisa: se Genova vuole davvero competere, attrarre, costruire indotto e liberare potenziale artistico, non può continuare a improvvisare dentro una geografia urbana pensata per altro.
Il discorso, però, non si ferma ai grandi eventi. Lorenzo Garzarelli parla anche di un tessuto cittadino che sta crescendo, fatto non solo di soggetti importanti come OPS Eventi, ma anche di realtà più piccole che stanno maturando con qualità e che, a suo giudizio, devono essere accompagnate. «A Genova adesso c’è un bel tessuto di organizzatori». Il ruolo del Comune, per lui, è fare in modo che crescano tutti, perché la crescita di quel tessuto significa crescita dell’indotto, del comparto artistico, della città nel suo insieme. Non è soltanto un discorso culturale: è anche un discorso economico, produttivo, identitario.
L’orizzonte più immediato è già segnato. Martedì, annuncia, verranno presentati gli eventi in preparazione per il 25 aprile, e anche in quel caso la musica tornerà a occupare le piazze. Ma il messaggio che resta, dopo la lunga notte di piazza Matteotti, è più profondo del calendario. Il concerto di Charlotte de Witte, nelle parole di Lorenzo Garzarelli, è stato un test su ciò che Genova può essere se decide di non farsi frenare dalla prudenza amministrativa, dalla tirannia dei costi o dalla paura del nuovo. È stato un esperimento di città contemporanea, una prova di coraggio e insieme una dimostrazione concreta di quanto ancora manchi per consolidare quel salto.
Per questo, alla fine, la sua posizione è limpida. Difende la scelta artistica, difende la scelta politica, difende la piazza e difende persino le critiche come parte inevitabile di un evento che ha mosso così tanta gente. Ma soprattutto rilancia una domanda che adesso la città non può più eludere: Genova vuole continuare a subire il confronto con le altre città o vuole finalmente dotarsi degli spazi e degli strumenti per giocarsela davvero? Nella sua risposta, che è anche un auspicio e una sfida, c’è il senso ultimo di tutta la vicenda: «La città non può accontentarsi di una serata riuscita. Deve capire che da qui può cominciare qualcosa di molto più grande».
L’evento, rilanciato sulle pagine social di esperti e di media non solo di settore
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